Nicolò Link Hg Andreatta
Quest’acqua che alla fine tocca terra
Quest'acqua che alla fine tocca terra è il frutto della residenza “Coabitazioni: Arte, Paesaggio e Comunità” presentata durante la mostra "In stato di Fluttuazione", presso la Fondazione Gori Celle.
Quest’acqua che alla fine tocca terra nasce da una ricerca sulle antiche pratiche di gestione delle acque della Tenuta di Celle, ricostruite dall’artista attraverso la consultazione della Mappa Leopoldina, che documenta sistemi di regolazione del torrente attivi almeno dal XVIII secolo, progettati per favorire l’irrigazione naturale dei terreni e contenere i rischi legati al dissesto idrogeologico. L’opera si sviluppa lungo il perimetro del pomario attraverso una serie di elementi in terracotta modellati manualmente dall’artista: complessivamente sono stati realizzati circa cento pezzi, alcuni di essi sono stati selezionati e disposti in successione lungo il pendio del muro di cinta, seguendone l’andamento e trasformando la struttura muraria in un dispositivo capace di accogliere e accompagnare il movimento dell’acqua. Il suo lento scorrimento genera una sequenza di piccole cascate, rendendo l’opera un elemento dinamico, in continua trasformazione e profondamente connesso al luogo. Nella sua collocazione, il muro diventa una soglia permeabile attraverso cui il giardino entra in relazione con il paesaggio circostante e l’acqua - seguendo il percorso tracciato dall’installazione - ne supera il limite fisico, aprendosi idealmente verso la vallata alimentata dalla falda dello stesso torrente cui l’opera fa riferimento. La forma dell’opera richiama quella di un acquedotto, suggerita dalla stessa struttura muraria caratterizzata dalla presenza di archi e mattoni.Una relazione ulteriormente rafforzata dal ritrovamento, da parte dell’artista, di alcune tubature in terracotta: materiale storicamente utilizzato nei sistemi idrici, permette, grazie alla sua porosità, il passaggio e la dispersione dell’acqua senza confinarla in un unico punto. Questa caratteristica richiama il funzionamento dei sistemi tradizionali permeabili, come i muretti a secco, capaci di favorire un rapporto più equilibrato tra acqua e territorio. Tra le traiettorie che attraversano la ricerca di Nicolò Andreatta, in arte LinkHg, emerge con particolare evidenza una riflessione sul modo in cui un territorio conserva le tracce dei processi che lo hanno attraversato e, allo stesso tempo, continua a trasformarsi tramite dinamiche lente e incessanti. La sua pratica, che si muove tra graffitismo, ceramica e installazione site-specific, si fonda sulla necessità di entrare in relazione con luoghi già carichi di memoria, nei quali intervento umano e processi naturali hanno progressivamente costruito una trama difficile da separare nei suoi elementi costitutivi. Le opere di Andreatta prendono spesso avvio da spazi marginali o residuali, contesti lontani da una dimensione monumentale del paesaggio, e proprio per questo capaci di restituire con maggiore chiarezza le stratificazioni del tempo. L’artista vi si avvicina assumendo una posizione non estrattiva, attenta alle specificità dello spazio e alle qualità proprie delle materie che lo compongono: superfici segnate dall’usura, elementi modificati dagli agenti atmosferici, le cui tracce sono accolte come parte integrante del processo creativo. In questa prospettiva, il gesto artistico coincide con la possibilità di rendere percepibili relazioni già presenti. La ricerca sui corsi d’acqua si inserisce all’interno di questa medesima attitudine: Andreatta guarda ai sistemi idrici come a infrastrutture complesse, attraverso cui si definisce nel tempo il rapporto tra uomo e territorio.
Testo cura di Giulia Giacomelli.





